martedì 26 maggio 2020

Chi non vuole

Chi non vuole non faccia.
Chi non faccia non osi.
Chi non osi non speri.
Chi non speri non aduli.

Chi non aduli, non voglia.
Non faccia e non osi.
Non speri e non aduli.
Ma chi vuole adulerà. Spererà. Oserà. Proverà. Poi, si vedrà. Forse farà...

lunedì 23 dicembre 2019

Ciò che importa


Tre. Tre? Già, tre.
Sorpreso ma non troppo Leo rimase a contemplare le tre figure che ballavano dinnanzi a lui, così brillanti e rapide da fargli venire il voltastomaco. Non era certo se ballassero per lui, anzi nemmeno era certo che fossero coscienti della sua presenza, non che fosse importante. Niente era importante.

“Dai amico, non vorrai mollare proprio ora, sul pi-”. La frase si perse nel frastuono ma all’uomo sembrava fosse rivolta a lui pertanto si voltò quasi di scatto, trovando davanti a sé altre figure indistinte, più vicine e forse pure più rapide. A terra qualcosa si muoveva mentre il soffitto sembrava in preda ad una tremenda tempesta. Cercando rifugio tra le braccia di un divanetto Leo si resse in piedi, risoluto come mai lo era stato negli ultimi 25 minuti.

Un passo, due passi, qualcosa di inaspettato fra i piedi ed un ravvicinato incontro con un morbido pavimento.
“Mmh mmh... buonasera hic...sera sera mmh”.
Dannazione. Sprofondando nel torpore del parquet irrigato dal proprio sangue si rendeva conto della situazione. Di nuovo, di nuovo. Di nuovo stava risolvendo tutto nell’unico modo che la vita gli aveva insegnato: relegando al Leo della mattina successiva le conseguenze e dimenticando tutto.
Qualcosa gli calpestò il polpaccio rovinandogli addosso, non che fosse importante.

Alzando lo sguardo invece l’uomo realizzò di aver mancato il proprio obiettivo di pochi spazi e che strisciando pian piano, senza fretta, avrebbe potuto finalmente stendersi su una superficie meno umida e maleodorante. Piano piano, segui quelle luci danzanti e ci siamo. L’odore nei pressi del pavimento cominciava a dargli la nausea come se non bastassero i superalcolici che gli amici del bar avevano continuano a buttargli giù per la gola. Una scena già vista, già conosciuta, già salutata. Sicuramente da rivedere, riconoscere, risalutare, non che importasse.

Arrancando ad ogni centimetro, facendosi strada tra vetri e cadaveri ambulanti ma deciso a trovare rifugio Leo arrivò ai piedi del tavolino posto a fianco di una delle poltroncine. L’odore del legno fresco... forse il primo amico che i propri sensi avessero potuto assaporare nelle ultime ore. Così vivo, naturale, puro e semplice. Rimase un po’ di tempo a contemplare con beatitudine la piccola, insignificante e straordinaria sensazione di verità in quel girone infernale, un rifugio dimenticato dal peccato umano. Vi rimase talmente tanto e con tale intensità da quasi perdersi in esso, tutt’uno con tale fragranza, sentendosi fuscello esposto al gelo invernale in attesa di tempi migliori. E sentendosi parte di un universo che andava oltre sé, oltre quella stanza, oltre quel paese, quel mondo. La vita, Leo percepì la vita e sentì di aver capito più di quanto l’ultimo decennio di fatiche fosse mai stato in grado di insegnargli.

Forte di tale contemplazione trovò la forza di mettersi in ginocchio, perlomeno per qualche istante. Spossato e colpito da altre rivelazioni, si accasciò nuovamente a terra, sbattendo la faccia sulla fonte della propria meraviglia e ricoprendola di una buona mezzora di felicità liquida. “Ammazzati universo!” biascicò accartocciandosi su se stesso e trovando nuovamente conforto tra le assi del pavimento. Non era poi così straordinario, una merda come se stesso e tutti gli altri, come suo padre, sua madre, sua sorella. Come Dio. Avevano un bel credere le persone religiose, se davvero qualcuno li avesse voluti ad un mondo così come si poteva lodarlo e non, piuttsto, ricoprirlo di ingiurie? La constatazione gli portò alla mente il ricordo di Pascal e la sua scommessa, lontani ricordi delle lezioni di filosofia e di come, tanto tanto tempo fa in una galassia lontana lontana aveva cercato di ergersi a essere razionale e direzionato. Cazzate. Sorrise amaramente. Non che importasse.

Mento a terra e occhi chiusi Leo si concesse il lusso di attivare un altro senso, uno dei tanti disattivati in assenza di stamina. Chiasso, veramente tanto chiasso alla propria sinistra. Qualcuno litigava, sembrava c’entrare qualche ultima dose di qualcosa che Leo non riuscì a comprendere. Le voci erano concitate al punto da renderlo leggermente preoccupato nonostante tutto. Da cosa? In effetti, non v’era ragione per preoccuparsi di granché, non lo riguardava. E pure se lo avesse, non che importasse. 

La mente dell’uomo viaggiava rapidamente da un pensiero all’altro. D’altronde pure nello stato di massima incoscienza, ci dice la Scienza, non passano più di sei secondi fra di essi. Rendendosi conto di ciò Leo si perse in una sorta di ricorsione infinita che lo portò a leggere i discorsi che si riproducevano nella propria mente a velocità esponenziale come neanche il miglior Joyce e tutti quelli lì di cui non gli era mai fregato granché eppure ai tempi della scuola sembrava così importante per essere qualcuno. Lui era qualcuno? Sicuramente se rapportato all’uomo medio e ad i medi valori dell’uomo medio. Sì? Così dicevano. Per sé stesso? Aprì gli occhi, cercò di mettere a fuoco il tavolino, fallendo. Osservò allora immobile il panorama sottostante. Nulla di concreto o importante. No. Non che importasse.

Passò un po’ di tempo prima che abbastanza mana gli scorresse nelle arterie da permettersi un secondo sforzo per guadagnare la posizione eretta. Chi l’ha dura la vince dicono, e quando mai la saggezza popolare fallisce. Per la seconda volta il novello Cristo cadde sotto la propria croce fatta di rimpianti ed Americani. Per la seconda volta fu sul punto di perdersi nel proprio flusso di pensieri. Giammai. I suoi occhi di elfo avevano avvistato una sparuta birra ancora piena a metà sulla sommità del proprio legnoso vicino. Raccolse tutte le proprie forze mentali e fisiche ed infine la raggiunse. Soddisfatto la trangugiò quasi d’un fiato. Finalmente qualcosa di buono e che gli importasse.

Disteso sulla schiena ed in preda a capogiri da record Leo visualizzò nella propria mente una figura nuovamente sfocata. Qualcosa di colorato ma sfocato, qualcosa visto di recente...nonostante il proprio stato e le urla che giravano nell’aria il focus dell’uomo sembrava esserci completamente avvolto intorno a tale immagine. Incurante dei conati che lo stomaco suggeriva, il cervello lavorava parallelamente alla ricerca di una traccia per ricostruire il ricordo, ma niente. E questo sì, sì, questo sì sembrava importante. La sommità del tavolino sembrava conservare la chiave per soddisfare il desiderio di Leo. Ancora una volta quella erculea scalata si poneva come ostacolo ai propri desideri. Dopo qualche minuto di meditazione si sentì pronto ad affrontarla: munito di unghie e olio di gomito si issò, convinto dei propri mezzi e ansioso di scoprire cosa l’avesse colpito così in profondità come non accadeva dai tempi del legno d’abete del tavolino. Con uno scivolone spettacolare Leo si trovò denti a terra, altri per aria. Non che importasse.

Al di sopra di quel muro ligneo aveva scorto abbastanza da potersi accontentare del duro pavimento come giaciglio. La stella, le lucine, i nastri e le pigne, le stelline e le renne, le scritte e le birre sotto la chioma. Nessun regalo e nessuna promessa, nessun futuro e nemmeno una vera festa a dirla tutta. Non che importasse. Leo augurò buon Natale al tavolino, in fondo suo unico amico, perdonò i vicini schiamazzanti e finalmente mise il cuore in pace, scusandosi in anticipo con il Leo del futuro come quelli del passato erano stati cortesi a fare. Non che importasse.

venerdì 4 ottobre 2019

Memorie

Sto lentamente dimenticando ciò che è stato. Come è cominciata, sbocciata, esplosa. Quei colori, quei suoni, quelle sensazioni, quei pensieri, quelle risposte, quegli sguardi...quei tentativi di fuga, quei dubbi, quel fuoco interiore, quella sensazione di aver capito finalmente tutto.

Lo sto dimenticando, come dopo un incendio la foresta inevitabilmente si spegne lasciando posto a uno spettacolo desolante. Restano gli effetti, restano i pugni allo stomaco, resta All is Violent and All is Bright, resta la sensazione che mi abbia regalato più quest'anno (e una settimana) che i precedenti 27. Resta la sensazione di aver perso l'unico vero treno verso la felicità, da poter ora solo osservare mentre pacifico e ineluttabile se ne sparisce all'orizzonte, lasciandomi sulla banchina senza certezze.

Sto dimenticando la camminata del 26, il viaggio del 2, il ritorno del 7, il panico del 24, la piccola morte il 5 e la grande il 9, la fuga del 10, la malattia dell'11. Non voglio dimenticare.

domenica 4 agosto 2019

Qualcosa di rotto

Istante t. Bivio booleano: fare o non fare?
Fare: conseguenze. Non fare: conseguenze.
Fare: "...e se fosse stato non fare?". Non fare: "...e se avessi scelto di fare".

Tic. Toc. Tic. Toc. Non è un esame, ma l'ignavia non è un'opzione. Pochi istanti. Conseguenze? Non c'è tempo di computarle. Euristica. Esperienze passate. Ansia. Panico. Scelta non lucida.

Toc.
DING!

Scelta.
Scelta mai soddisfacente.
Scelta lacerante.
Scelta fra tante scelte sempre sbagliate. Com'è possibile?

Non è possibile coi grandi numeri. L'errore è nell'osservatore. Strategia: considera gli eventi come indipendenti. Uno sbaglio è uno sbaglio, un momento è un momento, la serie non conta.

Funziona? Non funziona.
Che fare? O che non fare?
Che dire? O che non dire?
Dove essere? Come essere? Perché essere?

La ruota gira, il mondo avanza, le scelte si accumulano e le ragioni latitano.
C'è qualcosa di rotto, forse irreparabile, da affrontare (TODO: come mai?).
Incrementa il tempo trascorso. Torna alla prima riga.

mercoledì 24 luglio 2019

Piccoli romanzi tascabili

(consigliata come accompagnamento)

6.21am, 4 minuti e l'avrei perso. Il destino ha però col voluto concedermi non solo di salire sul treno, ma anche di sedermi al posto giusto al momento giusto.

Mi siedo, tiro un sospiro, mi accascio sulla parete e chiudo gli occhi: 4 ore di sonno si fanno sentire. Tempo due minuti e sono circondato da una coppia di mezz'età, un lui e una lei, d'ora in poi Bonnie e Clyde. Non sembrano conoscersi, ma stanno parlando -lei parla lui asseconda- fin dal primo istante. Piantatela, voglio dormire dannazione!

Mentre il nostro si incammina lentamente in direzione Liguria questo inatteso dialogo comincia a colorarsi di dettagli.
Lei di Torino, lui di Torino.
Lui camionista, lei badante.
Lei in vacanza, lui a lavoro.
Lui separato, lei separata.

A poco a poco, occhi chiusi e dissimulante, inizio ad interessarmi a questi due e non riesco a fare a meno di appassionarmi alle loro vicende. Clyde sta andando a Savona per recuperare il suo camion, diretto in quel Barcellona. Bonnie starà qualche giorno sulla costa Azzurra per staccare dalla quotidianità. Entrambi sembrano rilassati, nessuno dei due vuole farsi pesare l'esistenza più del dovuto.


Si scopre che Bonnie è giovane non solo nell'energia che emette alle 7 del mattino, ma in tutta la sua personalità e vita, capace di reinventarsi badante dopo il fallimento del proprio negozio e desiderosa di viaggiare "neanche c'avessi 20 anni". Clyde è più riflessivo, ma regge il gioco: sa il fatto suo, e anche quando vengono toccati tasti pericolosi come quelli economici o politici i due non si dimostrano ominidi depensanti come, prevenuto, sono ahimè solito attendere.

Parlano delle proprie famiglie, dei figli ormai grandi, di come li hanno lasciati correre per la loro strada, di quello che la separazione ha significato per entrambi. Mi sento invadente ad ascoltarli, ma ormai sono calamitato dal romanzo in diretta esclusiva. E proprio come un romanzo non può mancare il bel colpo di scena!

Bonnie, d'un tratto, se ne esce chiedendo al compare se non avesse per caso frequentato un certo negozio di abbigliamento in una certa via anni prima.
Sì, con la moglie.
"Lo sapevo!" esulta Bonnie. Dieci e più anni sono passati, eppure, forse per deformazione professionale, lei lo ricordava... qualche capello in più ma era proprio il Clyde che, remissivo, veniva trascinato all'ex negozio di Bonnie per sporadici acquisti.
Lui non pare ricordare così bene lei, ma è sorpreso -non quanto me- dalla coincidenza appena scoperta. Coincidenza, davvero?

Alla luce di questa scoperta il rapporto sembra cementarsi ulteriormente, tanto che i due si lanciano a parlare non solo dell'immediato futuro, ma anche di come si vedono da vecchi e cosa vorrebbero dal resto della loro vita. Nel giro di un paio di ore mi sembra di averli conosciuti da sempre, di volergli bene più che a molti altri e di volerli aiutare in ogni modo.

Come ogni bel romanzo è necessario mettere un punto finale. E non resto deluso.
"Siamo in arrivo a... Savona" annuncia la robotica Siri di Trenitalia. Lui recupera le sue poche cose -un vero camionista!- e si accinge a raggiungere l'uscita. Prima, però, si ferma e le domanda se non le va, una volta chiusa la vacanza, di vedersi a Torino per un caffè. Lei, come se fosse ovvio, accetta di buon grado. Non si abbracciano, non si stringono la mano, un semplice saluto fra due persone che per la seconda volta nella loro si sono incontrate e sembrano già sapere quanto li attende. Un terzo incomodo mezzo addormentato ha potuto essere testimone di tutto ciò e (quasi) commuoversi per il miracolo del caso.

Deformazione da lettore a parte, sono sicuro che la loro sarà una bellissima storia, DEVE esserlo. Bonnie, Clyde, siate felici assieme!!

Firmato: il vostro -non più assonnato- compagno di viaggio.

mercoledì 10 luglio 2019

Condottiero

Un cielo senza stelle, una terra senza vita
Forse solo un brutto sogno, forse morte indefinita
Voli piano, voli storto, quel che vedi è solo torto
Poi d'incanto, tutto tace, sembra quasi ci sia pace
Ma son inganni sempre nuovi
Tu ci abbocchi e poi ti trovi
Sempre a picco sulle rocce
Sempre inciso nelle tracce
Il disagio del creato, non ha senso, non ha Stato
Tutto scorre, tutto passa, scrivi in fretta, a testa bassa
Il passato non si cambia, nel futuro solo gabbia
E il presente! Che regalo! Spine in gola, cardi in mano
Su, coraggio, condottiero, petto in fuori schiena indietro
Non importa quel che senti, non importa dei tormenti
Vola alto, vola forte, a chi importa la tua sorte?
Solo nero in questo istante, lividato e dolorante
Ma, coraggio, denti stretti, con gli amici, coi parenti
Maschera presa, zaino in spalla,
non l'hai chiesto, ma resta a galla...

sabato 19 luglio 2014

Ipercubo critica: walltext sociologici 1.0

Ciao, come va?

Da molto non mi facevo vivo, e cominciare così può sembrare il modo migliore. E forse lo è.
Ma di certo non è il modo più genuino, e non sto parlando di questo blog.

No, parlo di queste tre, all'occorrenza più, magiche paroline applicate al contesto quotidiano, la famosa "real life" che tutti, volenti o nolenti, siamo chiamati a condurre.
Quante volte abbiamo rotto il ghiaccio in questo modo! Un approccio standardizzato nei secoli per cui ci mostriamo interessati al prossimo e alle sue più o meno appassionanti vicissitudini, cercando un appiglio per tutt'altro.

Che si tratti di gentilezza, o meglio cortesia, di tentativo di annegare un imbarazzato silenzio o come saluto dopo lunghi periodi di separazione, certo è che difficilmente l'umanità poteva trovare un modo più ipocrita (e in questo senso coerente con essa, ma non stiamo a fare i misantropi più di quanto serva) per ingaggiare una discussione.

Ma andiamo un passo per volta.
Perché parto in quarta a fare le pulci a qualcosa di apparentemente insignificante? Perché non ho altro da fare evidentemente (o perché 8 ore di studio al PC non sono abbastanza e devo ammazzarmi le cornee).
Ma anche perché credo che sia il perfetto esempio di qualcosa di più grande e falso che ci caratterizza tutti, nessuno escluso, quando comunichiamo. E che sarebbe importante perlomeno accorgersene, essendo graziati dell'intelletto e dell'empatia.

Perché, e ripeto, perché chiediamo agli altri come stanno (o cosa hanno fatto o simili) quando non siamo disposti ad esserne ascoltatori? E non lo siamo, perché è palese che se a quel punto il nostro interlocutore fosse onesto e ingaggiasse un appassionato monologo su sé stesso saremmo i primi stizziti. "Ma che vuole questo?" "Pensi solo a te, come al solito" "Dai che non ho tutto il giorno da perdere" "Bla bla cazzi miei bla bla". Dicevi? Perché probabilmente, e notare l'associazione dell'evento a uno spazio di probabilità, neanche quelle due frasette di cortesiahhh in risposta a una domanda di cortesiahhh ci rimarranno in testa più del tempo necessario al nostro cervello a generare un nuovo pensiero.

Non ce ne frega di quello che ha da dirci. Certo, MOLTO limitatamente potremmo decidere di starlo a sentire, e potremmo ribattere con qualche semplice domanda o risposta ad effetto. Ma di fatto la pagina è stata voltata appena abbiamo chiuso la bocca.

Aggiungiamo una caratteristica alla risposta allora: essa è triste, negativa, irrimediabilmente contraria alle aspettative. Spiazzati.
A seconda del carisma e della prontezza di spirito, balbettiamo qualche parola di conforto, una pacca sulla spalla, un generoso "quando ti serve sono qui". Ma siamo pronti a interessarci alla situazione e al contesto presentati? Anche no, fa ancora parte del teatrino imbastito con quelle tre candida parole, di cui ora ci pentiamo, e che cerchiamo di cancellare alla meglio. Non siamo interessati a sapere come va; se lo fossimo ad una risposta sincera e, diciamocelo, che dimostra fiducia in noi e desiderio di sostegno, risponderemmo prontamente. Siamo interessati a mandare il discorso laddove vogliamo noi, oltre, che si tratti di cose concrete o di un tergiversare come due vecchiette al supermercato.

Ora, non voglio fare il moralista [più di quanto non lo sia], anche perché siamo umani e non sempre abbiamo la forza di prestarci agli altri, men che meno se deve essere una cosa unilaterale.
Però questa "comevaite" è una piaga da cui si salva una percentuale infinitesimale della popolazione, ovviamente le nuove generazioni si fanno portabandiera di questo girando ancor più il coltello nella piaga: mi fosse capitato una volta di osservare una domanda del genere esclamata con sincero interesse.

Pensaci: proprio perché TUTTI siamo consapevoli di questa verità, quando siamo noi gli "altri", non ce la sentiamo di rispondere con sincerità, rispondendo in modo ancora più generico o deviando in prima persona il discorso su altro. Aprirci è fastidioso, imbarazzante, sconveniente? Anche, ma questo riguarda solo le cose più intime e difficili da dire, mentre tendenzialmente dribbliamo anche le più semplici rivelazioni riguardo noi stessi e il nostro piccolo grande mondo.

Ahh, forse sono tutte masturbazioni mentali, hai ragione.
O anche no. Ma soprattutto non sono meccanismi fini a sé stessi, non possiamo leggerci nella mente ma c'è tutto un mondo di comunicazione che è lì, davanti a noi tutto il tempo, DENTRO di noi tutto il tempo, e che forse una certa influenza nel prossimo la esercita. Magari farà spallucce, ma può darsi che invece, quando è lui quello che si vede preso a schiaffi dal finto interesse, da qualche parte ne rimanga un segno.

C'è un'abitudine che ho assunto da un po' di tempo a riguardo: quella di rispondere facendo notare (o almeno è quella l'idea) fra le righe la spocchiosità della domanda.

"Ciao come va?"
"Come sempre"

oppure

"Ciao, come stai?"
"Sto"

O rispondere "sopravvivo", che aggiunge però un tocco di drammaticità non sempre gradito.
Ho notato perlomeno imbarazzo in chi si sente rispondere così, e ci mancherebbe altro.

La successiva cosa che ho notato è che come meccanismo difensivo la risposta viene associata al classico "tutto bene, tu?" in una percentuale autorevole di casi.
Se non è questo dimostrazione di come la risposta, ad una domanda così densa, sia per noi inutile, beh, allora lasciamo che "vada come va", tanto non sarà il post di un blog a caso a cambiare il verso del mondo, non nel mondo a tre dimensioni.